Impresa – Distretto Internazionale e Valore

L’Italia di Enrico Mattei era la start Up Nation del dopoguerra. E Mattei, in persona, sosteneva i giovani imprenditori.
Il Distretto Industriale è uno specifico modello italiano costituito da piccole e medie imprese, presenti in un dato territorio geografico, che, in parte complementari e in parte concorrenti, costituiscono la filiera produttiva di un determinato settore (agroalimentare, tessile, calzaturiero, alimentare, automobilistico, aeronautico, farmaceutico…).
È stato il primo incubatore reale.
La presenza territoriale ha contribuito al benessere della Comunità in termini economici, sociali, formativi. I distretti sono stati creatori e distributori di valore in tutte le sue declinazioni.
Il Distretto Internazionale è la declinazione estera del Distretto Industriale italiano. Un’occasione di crescita per tutti. Un’opportunità per le imprese produttrici italiane, piccole e medie, di crescere collettivamente. Si tratta, anche, di un’importante possibilità di impiego per i nostri giovani a livello nazionale e internazionale.
Nella transizione tra Distretto Industriale a Distretto Internazionale esistono delle precondizioni: la scelta di un’industria a impatto zero ed ecocompatibile, basata sulle energie da fonti primarie rinnovabili e sull’economia circolare da un lato e la condivisione dei 17 SDG (Social Development Goals) dell’ONU nella definizione della sostenibilità nella parte non finanziaria del bilancio societario, dall’altro.
Ed è sulla creazione del Valore, che occorre concentrarsi. Poiché la creazione del valore e la sua redistribuzione sono i risultati tangibili dell’operato della comunità lavorativa e umana, occorre definire bene cosa intendiamo per valore.
E noi vediamo diversi tipi di Valore: economico, d’impresa, esperienziale (so- ciale, politico ed educativo), ambientale ed ecologico.
Il Distretto Internazionale è un Patto basato su un Modello
Il Patto è di considerare Impresa e Lavoro come funzionali alla crescita e al benessere della comunità, locale, nazionale e internazionale.
Questo obiettivo si raggiunge attraverso un Modello Imprenditoriale.
Il Modello che proponiamo, immaginato inizialmente per l’Africa, prevede:

  1. Il coinvolgimento societario diretto (le aziende del distretto):
    1.1. si tratta di lavorare con le aziende italiane attive nella filiera del Distretto, che concorrono alla realizzazione del prodotto finale.
    1.2. La creazione del Distretto è fondamentale per un’azione distribuita sul territorio che sia attiva paese per paese, città per città.
    1.3. È la condivisione del valore economico.
  2. La produzione in Africa per l’Africa (no delocalizzazione):
    2.1. l’obiettivo fondamentale è di avviare e sostenere un processo di in- dustrializzazione per una produzione destinata prima di tutto all’Africa.
    2.2. È il passaggio obbligato per riequilibrare la crescita demografica in una prospettiva di reale indipendenza economica.
    2.3. Il contrario della delocalizzazione destinata a inaridire le competen- ze del nostro paese e dilapidarne il patrimonio industriale produttivo.
  3. La partecipazione dei lavoratori nella modalità di redistribuzione del Valore economico:
    3.1. in linea con i concetti dell’Economia Civile soltanto un vero coinvol- gimento dei lavoratori (dall’operaio all’amministratore delegato) può garantire la corretta condivisione del Valore economico.
  4. La formazione permanente per la creazione di Valore educativo:
    4.1. il Metamodello didattico deve diventare la soluzione di formazione permanente che consenta l’adeguamento di tutti i soggetti coinvolti rispetto alla Rivoluzione Industriale Permanente.
  5. Il welfare aziendale per la creazione di Valore sociale.
  6. Lo spazio professionale per le ragazze e i ragazzi: i cervelli in fuga:
    6.1. per l’Italia è anche l’occasione di offrire un territorio di esperienza e di crescita per i giovani.
    6.2. In un’Italia gerontocratica la carta dell’Internazionalizzazione inter- na può vedere i nostri giovani protagonisti insieme ai giovani africani.

La questione della Globalizzazione è un tema molto delicato e attuale.
< Il nostro Modello di globalizzazione conteneva anche una debolezza fondamentale.
La persistenza del libero scambio fra Paesi necessita che vi siano regole internazionali e regolamenti delle controversie recepite da tutti i Paesi partecipanti.
Ma in questo nuovo mondo globalizzato, l’impegno di alcuni dei maggiori partner commerciali a rispettare le regole è stato ambiguo fin dall’inizio.
Per fare solo un esempio, nei primi 15 anni di adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), la Cina non ha notificato all’OMC alcun sussidio del governo subcentrale, nonostante la maggior parte dei sussidi sia erogata dai governi provinciali e locali.
Questa inadempienza era nota da anni: già nel 2003 si era notato che gli sforzi della Cina per l’attuazione dell’OMC avevano “perso un notevole slancio”, ma l’indifferenza ha prevalso e non è stato fatto nulla di concreto per affrontarla>.
Queste sono le parole pronunciate dal professor Draghi il 16 febbraio 2024 12 al Nabe, Economic Policy Conference di Washington, durante il conferimento del premio Paul A. Volcker Lifetime Achievement Award. È ovvio che riconoscere vent’anni dopo che c’era un problema, ma che, soprattutto, fu ignorato non permette di tronare indietro, né, tantomeno, di rimediare.
Ma poiché, prosegue: << le conseguenze di questa scarsa conformità a regole condivise sono state economiche, sociali e politiche>> non possiamo domandarci come fare per evitare il bis nel corso della Globalizzazione 2.0 quando il mondo da così:

È diventato così:

La Globalizzazione non è più l’applicazione di un Modello che, secondo alcuni, era valido per tutti. Un modello di sviluppo globale che ha sicuramente liberato miliardi di persone dalla fame, ma che, sempre nelle parole del professor Draghi all’Ecofin del 22 febbraio 2024: <Di conseguenza, contrariamente alle aspettative iniziali, la globalizzazione non solo non ha diffuso i valori liberali, perché la democrazia e la libertà non viaggiano necessariamente con i beni e i servizi, ma li ha anche indeboliti nei Paesi che ne erano i più forti sostenitori, alimentando invece l’ascesa di forze orientate verso l’interno>.
La Globalizzazione 2.0 è una sfida socioeconomica della crescita mondiale all’interno della quale la Cooperazione Internazionale diventa una leva strategica.
Ovviamente, si tratta di un fenomeno molto più complesso e articolato con ricadute strategiche molto profonde, dove occorre almeno riconoscere che il punto di vista e la percezione del mondo sono cambiate.
Per l’Europa, non essere più al centro della mappa ha, infatti, delle ricadute bidirezionali e significa liberarsi del ruolo del salvatore (vero o presunto), per divenire un soggetto economicamente interessato a vantaggio di tutti e non solo della finanza speculativa.
In questo nuovo contesto, il Distretto Internazionale è la condizione indispensabile per offrire lavoro sano, a livello locale e internazionale. Il lavoro sano, a propria volta, l’elemento fondamentale per la crescita di una buona comunità lavorativa e umana. Diventa anche la possibile strategia per non rimanere vittime di una Globalizzazione 2.0 incontrollata. È una sfida villaggio per villaggio.

12 https://www.ilsole24ore.com/art/la-politica-economica-un-mondo-che-cambia-AFqMdqjC

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